Cultura & Arte


Un giorno imprecisato dell'anno 1285, nella cella di un modesto convento francescano perduto nel bosco fitto di querce e di noccioli che copriva le pendici del Monte Falcone, poco lontano da Canossa, un fraticello minorita registrava un evento che doveva avere turbato per qualche tempo la tranquillità del chiostro. Se non fosse stato tanto curioso, irrequieto al punto da subire il fascino delle proposizioni ereticali di Gioacchino da Fiore e soprattutto così fermamente convinto che tutto quanto accade di piccolo e di grande risponde ad un preciso disegno provvidenziale e merita di essere ricordato, non sarebbe diventato Salimbene de Adam, il più singolare dei cronisti Vezzano sul Crostolo, italiani del XIII secolo.

Non ci avrebbe quindi, permesso di sapere, per esempio, che su una delle alture sovrastanti il monastero era crollata proprio allora la torre maestra di Bianello, "un castello che fu della contessa Matilde, nella diocesi di Reggio, sulle colline ove s'innalzano quattro castelli vicini gli uni agli altri; e l'uno dista dall'altro quanto è la gettata di una balistra. Il primo, a sinistra, si chiama Monte Vecchio; il secondo Bibbianello in cui abita Guido da Canossa con Bonifazio suo fratello; il terzo si chiama Monte Luciolo, nel quale non è che la chiesa di S. Leonardo; il quarto si chiama Mongiovanni, ove abita un sacerdote vecchio, vecchissimo, carico d'anni che ha nome Gherardo e fa molto di bene; nessun altro vi è tranne la persona di suo servizio, ed è addetto alla chiesa di San Nicola". E ancora che "questi quattro castelli" in antico furono comodamente abitati da cavalieri e donne, e vi ebbero torri e palazzi, che ora sono diroccati, e i resti dei caseggiati e le fondamenta sono lasciate in abbandono.
A settecento anni di distanza mutato l'equilibrio fra la foresta e i coltivi, subentrate le strade ai sentieri, diversamente popolate le campagne i colli e i calanchi di Quattro Castella continuano ad ispirare ai cultori di storia matildica pagine e pagine sulle quali è inutile ironizzare perché gli incanti del luogo sono ancora tutti lì, percepibili da parte di chiunque.
Al limite tra la fascia collinare e l'alta pianura, le prime comunità umane dovettero insediarsi molto presto sulle terrazze digradanti che formano questo territorio, bene esposte e capaci di offrire qualche garanzia di sopravvivenza in più rispetto alla montagna, geologicamente instabile, e agli acquitrini della valle del Po.
Le testimonianze archeologiche più antiche rimandano infatti al Paleolitico, mentre i numerosi fondi di capanne neolitiche, rinvenute soprattutto nei pressi di Puianello, presuppongono già l'esistenza di un itinerario commerciale che doveva traversare il corso dell'Enza e raggiungere quello del Secchia, naturali veicoli di penetrazione verso l'Appennino. Questo importante tracciato viario pedemontano, che appare ormai perfettamente leggibile durante la successiva età del Bronzo - le rilevanti stazioni terramaricole scoperte lungo il suo asse, e prima fra tutte quella di Mucciatella, studiata nel secolo scorso da Gaetano Chierici, confermano la continuità e la solidità economica e culturale degli stanziamenti - favorirà alla fine, snodandosi da Bologna a Piacenza, l'espansione e la conquista da parte dei Romani, che solamente più tardi apriranno a nord la più nota strada consolare di M. Emilio Lepido. E le tracce dei centri abitati di epoca romana affiorano abbondanti appena al di sotto dei nuclei più antichi di Puianello che fu allora con ogni probabilità la località più rilevante di Montecàvolo, di Quattro Castella e di Ròncolo.

 

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