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LE
STORIA DI REGGIO EMILIA
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| "Quello
spazio quadrato di territorio, scriveva Mario Degani rappresentante l'accampamento
(castrum) in cui si erano insediati folti gruppi di coloni-militari romani
o romanizzati e dove oggi sorgono in poco più ampia dimensione,
gli edifici di Reggio e si diramano le strade sulle quali camminiamo,
non ha finora rilevato alcuna traccia, sia pur minima, di un preesistente
stanziamento preistorico, nonostante i profondi sondaggi fino a sei metri
di profondità nel sottosuolo cittadino. Reggio quindi affermava
l'illustre studioso, ha origini esclusivamente romane. Gli insediamenti preistorici più prossimi alla città di Reggio riguardano due importanti stazioni della tarda età del bronzo, la terrarnara della Montata a circa 500 m. a sud delle antiche mura cittadine, e ad ovest la terrarnara Nobili di Villa Cavazzoli a circa un chilometro dalla città". A questi reperti vanno in ogni caso aggiunti quelli recentemente rinvenuti e studiati dalla Soprintendenza Archeologica e ubicati nelle adiacenze del cimitero suburbano. Una delle terramare più interessanti della provincia è in ogni modo quella della Montata. Vi si trovarono centinaia di vasi, pesi per telai e fusaioli, spille, oggetti d'ornamento e in particolare oggetti legati a pratiche di cure magiche. Il culto del toro nella zona è testimoniato dalla presenza d'anse a gomito nel vasellame e l'esistenza dell'allevamento dei cavalli dal ritrovamento di un dente racchiuso in un vaso votivo. Gli Etruschi, popolazione pacifica ed attiva nei commerci, si stanziano in più punti dell'attuale provincia (a Casale di Rivalta sono state trovate tracce di una fornace), ma scompaiono dalla scena emiliana per merito dei Galli Boi, destinati a segnare alcuni secoli di dominio emiliano e reggiano, assorbendo anche in parte l'elemento ligure.
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Al
problema dell'origine del toponimo hanno contribuito diversi studiosi: Giancarlo Susini ritiene che il nome romano Regium ne abbia una prelatina. Susini ipotizza la fondazione di un primo insediamento da parte di un gruppo di Regiaz' es provenienti dalla città di Velleia, d'origine ligure (in territorio piacentino), al tempo della prima dominazione romana. I Romani, succeduti ai Galli, crearono nella zona centri abitati di modesta e media entità, stazioni per il cambio dei cavalli ed installazioni idriche. Il primo nucleo di Regiurn sorse fra il 182 e il 174 a.C. ad opera di Marco Emilio Lepido, proprio all'epoca in cui veniva posto un accampamento (castrum) sulla rupe della Pietra di Bismantova per difendere la valle dalle minacce dei Liguri, già sconfitti nel 187 fra la Pietra e il Monte Valestra. Da colonia, Regium divenne municipium e fu assegnata alla tribù Pollia. Stazione militare e commerciale, divenne un centro di spicco sulla via Emilia, in grado di assicurare il transito delle persone e dei commerci, il riposo d'uomini e animali, la continuità della vita e il collegamento con i centri rurali-militari di Parma e di Modena. Esistevano corporazioni di mestieri quali quelle di fabbri, marmisti, cardatori di lana, tintori, impresari di trasporti e conduttori di muli, artigiani dei metalli, del vetro, dell'osso, e di centonari ossia tessitori di panni confezionati con vecchi ritagli di stoffa, i quali avevano anche l'incombenza di spegnere gli incendi (con panni imbevuti d'aceto) e di fabbricare tende per i soldati. In un anno imprecisato, ma susseguente all'Editto di Costantino che legalizzava la religione cristiana, a Reggio venne abbattuta la statua d'Apollo e fu atterrato il tempio pagano per erigere, sulle sue rovine, il duomo della nuova trionfante fede. Sono notizie offerte dalla tradizione, si parla degli anni 313-314 o del 379. Per avere la prima notizia certa sull'episcopato reggiano occorre attendere il 451, allorché viene citato il vescovo Favenzio in una lettera sinodale di Eusebio a papa Leone, con la quale si condannavano i seguaci degli eretici Eutiche e Nestorio. Prima di lui comunque da ritenere che vi siano stati altri pastori locali, come può dedursi da recenti scoperte archeologiche. |
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Una
prima rovinosa ondata di orde barbariche provenienti dal Nord si abbatté
sul territorio reggiano nel 227, pochi anni dopo (nel 232) incominciò
a propagarsi una pestilenza che spopolò campagne e città,
riducendo i campi a boschi e a roveti.
Nel 526, Giustiniano tentò di riconquistare l'Italia e Reggio cadde nelle mani dei Bizantini; agli inizi dell'aprile 568 comparvero i Longobardi e Reggio divenne sede di un ducato. Nei due secoli della dominazione longobarda Reggio venne assumendo una preminente funzione di centro fortificato. La città romana, "la città vecchia", si restrinse divenendo non solo centro militare ma anche sede dei poteri civile e religioso. I confini dell'abitato longobardo, di forma rettangolare, sono stati identificati nelle attuali via Fontanelli, via Toschi, via Arcipretura e in un tratto della via Emilia. A causa delle guerre e dei disastri naturali, la popolazione era notevolmente diminuita: la città cambiava volto e si concentrava entro un perimetro che rispecchiava la reale consistenza demografica e la capacità difensiva degli abitanti; la città romana, la città morta, rimaneva fuori dalle mura, per essere poi riassorbita e sommersa dall'espandersi del tessuto cittadino dopo il Mille. La fascia attorno alla città (il "circuitus civitatis") era denominata "Emilia". Con l'invasione dei Franchi del 773 e dopo una lunga guerra combattuta fra questi e i Longobardi, Reggio fu occupata dalle milizie di Carlo Magno, che faceva prigioniero il vescovo Apollinare. Sul finire del secolo X, resse la diocesi una figura estremamente attiva, il vescovo Teuzone (979-1030). Egli riedificò la Basilica di S. Tommaso, costruita agli inizi del IX secolo (grosso modo nell'area del Tribunale) e distrutta, come si è detto, dagli Ungari; costruì il Monastero dei SS. Vito e Modesto nel suburbio (nella zona del Buco del Signore); aggiunse alla Chiesa di S. Prospero extra moenia la canonica e il monastero (poco fuori Porta S. Nazario, al termine dell'attuale via Allegri), che verrà completato nell'anno 1027. Sotto l'incalzare degli Ungari e a causa di crisi interne, lo stato carolingio andava sfaldandosi ed al vescovo reggiano venivano man mano concesse prerogative pubbliche, in assenza o in contrasto con il conte preposto al governo del territorio. Il vescovo diveniva in altri termini "messo" imperiale permanente e, successivamente, "principe". Mentre in città si andava rafforzando il potere del vescovo, fenomeno che in qualche modo preparava l'avvento del Comune, fuori di essa, proprio durante il secolo X, iniziava l'ascesa di alcune famiglie, tra cui quella che avrebbe giocato un ruolo di estrema importanza nella storia italiana ed europea: la casata dei Canossa, di origine longobarda e di provenienza toscana (contea di Lucca). Dopo la morte di Matilde, il potere feudale cominciò ad attenuarsi in favore di quello comunale. La democrazia comunale trovò anche a Reggio una sua articolata attuazione nei Consigli, il più rilevante dei quali era quello "generale" che si riuniva in chiesa o in piazza per votare le deliberazioni più impegnative. Durante il secolo XIII comparve anche l"anzianato", un consiglio ristretto che si affiancava al podestà e si riuniva nel palazzo comunale, al quale erano affidati i diritti e gli interessi del popolo. Di esso ci occuperemo di nuovo allorché ricostruiremo la storia del Palazzo del Capitano. Nel Trecento la città era suddivisa in 23 vicini che si identificavano in linea di massima con la circoscrizione territoriale della parrocchia e che erano raggruppate in quattro quartieri (Castello, S. Pietro, S. Lorenzo e S. Nazario). |
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Fuori
dalla città e attorno ad essa, in tre fasce concentriche, si costituirono,
entro un raggio di quattro miglia (antica giurisdizione vescovile), le
pendici, aventi funzioni economico-amministrative; da esse pervenivano
ortaggi, prodotti derivati dall'allevamento del bestiame, una parte di
cereali, vino e frutta. Seguivano una zona di ville soggette alla città,
che oltre ai prodotti suddetti forniva legname ed era caratterizzata dalla
presenza di grandi aziende agricole e di pascoli, ed infine il distretto
vero e proprio. Vale la pena di ricordare che Reggio era in quel tempo ricca di mulini: nel I 1321 ne vengono indicati ben 35, tra I pubblici e privati, all'interno delle mura cittadine. Il triennio 1346-1348 fu tormentato da una serie di calamità: edifici e torri abbattuti da un fortissimo terremoto, fame portata dalla carestia, danni ingenti causati dallo straripamento del Cròstolo (che ora scorreva fuori dalle mura) e il propagarsi della peste. Nel 1371, dopo un feroce saccheggio, la città e il suo distretto venivano venduti da Feltrino Gonzaga a Bernabò Visconti per cinquantamila fiorini d'oro. Il Comune si reggeva nuovamente sulla "Società di S. Prospero del popolo di Reggio e delle Arti"; queste ultime erano notevolmente cresciute di peso politico e si erano affermate nel loro complesso come forza di mediazione tra magnati e popolani. La città assumeva così un aspetto di area fortificata, allargando notevolmente il proprio spazio difensivo.Il perimetro esagonale delle mura può dedursi ancor oggi dal percorso dei viali di circonvallazione, corrispondente alla strada che correva oltre il fossato. Seguirono un breve dominio pontificio (1326-1328), la altrettanto breve signoria Fogliani (1333-1335) e il naufragio del tentativo dei Gonzaga di imporre a Reggio una signoria durata pochi decenni. Con l'avvento estense, la storia politica di Reggio parve appiattirsi, perché la città e le sue sorti vennero dirette da altri centri. Già da qualche tempo il Comune aveva perso la sua indipendenza, alla quale comunque non mancava di richiamarsi in qualche occasione e, a volte, in modo patetico. Con Nicolò d'Este il Comune sottoscrisse i "patti di dedizione", riservandosi una parvenza di quella sovranità che stava affievolendosi inesorabilmente. Nel 1487 Matteo Maria Boiardo dei conti di Scandiano veniva creato dal duca Ercole I governatore di Reggio, carica che mantenne fino alla sua morte, avvenuta nel 1494, poco dopo il passaggio per la città delle milizie di Carlo VIII e l'inizio delle opere benefiche del Sacro Monte di Pietà. Dal 1512 al 1523 Reggio venne governata per conto di tre ambiziosi papi: Giulio lì, Leone X e Adriano VI. E di questo periodo lo scontro fra due fazioni politiche, che si richiamavano anacronisticaniente ai guelfi e ai guibellini, quella della Trala (tovaglia) o della Tvajasa (tavolaccia) e quella della Cusèina (cucina). Morto Leone X, il nuovo papa Adriano VI assegnò la difesa di Reggio ad Alberto Pio di Carpi e questi affidò il controllo della montagna all'Aniorotto. Ma la morte di Adriano VI riportò a Reggio gli Estensi, il 29 settembre 1523. Il primo trentennio del secolo XVII fu turbato da una grave crisi economica che raggiunse il suo culmine nel 1621, quando dai dati ufficiali emerse che, su una popolazione di circa 14.000 anime, ben 2255 bocche venivano assistite. Lo sfortunato trentennio ebbe come logico traguardo una peste terribile che seminò lutti inenarrabili e fece scendere in città la popolazione di circa 4000 unità. Agli anni drammatici della peste segui un periodo di ripresa, frenato e intercalato da scorrerie di soldatesche impegnate in vari conflitti. L'avvenimento memorabile dì quei decenni rimane comunque l'assedio di Reggio del 1655 da parte degli Spagnoli, i quali per un certo periodo avevano mantenuto un loro presidio nella vicina Correggio. Il governo dell'ex cardinale Rinaldo d'Este vide ai suoi inizi la guerra di successione spagnola; il 29 luglio 1702 Reggio si arrese ai Gallo-Ispani ma a gestire l'occupazione, durata esattamente quattro anni, furono comunque i Francesi. Agli inizi dell'agosto 1706 l'esercito comandato da Eugenio di Savoia si presentò alle porte di Reggio, intimando la resa. Si dovette in gran parte all'opera instancabile del vescovo Picenardi se la città fu preservata dal saccheggio. Un altro sconvolgimento, causato dalla guerra di successione polacca, si ebbe nell'anno 1734, che vide nuovamente il territorio estense teatro di invasioni e di battaglie. Dopo la battaglia di Guastalla, i Tedeschi, che già si erano rifugiati a Reggio, riempirono la città di morti e di mutilati (un loro generale, Merci, è sepolto in Duomo) e fuggirono all'arrivo dei Francesi, i quali rimasero a martoriare la città per due anni con ogni sorta di vessazioni, finché giunse la Pace di Vienna. Seguirono altri clamori di guerra nel 1742 e l'occupazione del Reggiano da parte degli Austro-Piemontesi, finché la Pace di Aquisgrana chiuse la prima travagliata metà del Settecento europeo. La situazione socio-economica non era comunque delle più felici. Le invasioni nel primo cinquantennio avevano sconvolto l'economia creando una frattura sempre più profonda tra classi privilegiate e popolo, nell'ambito di un generale indebolimento della borghesia. Continuava invece l'ascesa degli ebrei che giocavano un ruolo essenziale nella vita economica della città. Un po' di ossigeno per le disastrate finanze statali arrivò con la soppressione degli enti religiosi. L'impegno culturale del secolo XVIII a Reggio passa anche attraverso la vitalità dell'Accademia degli Ipocondriaci, una palestra di cultura e di crescita civile della città, ove misurarono il proprio ingegno personaggi come Lazzaro Spallanzani, Agostino Paradisi, Bonaventura Corti, Achille Crispi, Francesco Cassoli. Accanto alla cultura letteraria e in stretta connessione con essa, figurano le rappresentazioni teatrali, gli spettacoli, tra i quali uno di antica tradizione popolare: "le vecchie". A metà Quaresima venivano innalzati dei palchi nelle piazze e nei luoghi più frequentati della città, dove si esponevano uno o più fantocci che per così dire "fotografavano", nelle intenzioni degli allestitori, persone nell'atto di compiere azioni per le quali venivano burlate o schernite. Assieme a queste rappresentazioni genuinamente popolaresche, si andava sempre più sviluppando lo spettacolo teatrale. Nel 1780 morì Francesco III. La sua attenzione era stata soprattutto rivolta a Modena dove aveva accentrato, sopprimendo nel 1772 l'università reggiana, la cultura e gli studi superiori e universitari. La rivoluzione francese produsse i suoi effetti a Reggio nell'agosto 1796, allorché venne piantato in Piazza Grande (oggi Prampolini) l'albero della libertà. Il 4 ottobre armati reggiani guidati da Carlo Ferrarini, capitano della guardia civica, e soldati francesi assediarono a Montechiarùgolo 150 Austriaci e li costrinsero alla resa. Nel corso del congresso tenutosi a Reggio dal 27 dicembre 1796 al 9 gennaio 1797 nacque il Tricolore. Dalla Cispadana Reggio passò alla Repubblica Cisalpina nel maggio 1797. Nel 1799 ci fu un'alterna vicenda di invasioni tedesche e di ritorni francesi, ma alla fine di quell'anno i Francesi erano di nuovi padroni della situazione e tali restarono fino al 1814. Con la caduta di Napoleone nel 1814, i soldati tedeschi e napoletani occuparono la città. Reggio tornava alla pace, ma sotto il nuovo duca Francesco IV d'Austria-Este. Tra i più illustri reggiani di questo periodo va ricordato Filippo Re, morto nel 1817. Uno dei massimi studiosi d'agricoltura del suo tempo assieme al tedesco Thaer, al francese Tissier e all'inglese Young, nella dimensione della rivoluzione agricola che affianca la rivoluzione industriale in Europa. Le elezioni del 1861 delinearono la fisionomia politica reggiana. La preponderanza era liberale e moderata, ligia all'ordine e al governo; le si opponeva la parte democratico-repubblicana che aspirava a liberare Roma come mostra il monumento ai Caduti in piazza della Vittoria. |