FORNOVO VIRTUAL TOUR
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Abitanti: 5994
Superficie (kmq): 57,65
AItitudine (m): 158




Fornovo, inglobata nel Ducato di Parma e Piacenza, segue le vicissitudini fino all'Unità d'italia. Scarse sono le notizie e gli eventi di questi secoli: le risorse rimangono sostanzialmente immutate; la popolazione vive con l'allevamento del bestiame, la coltivazione dei cereali e lo sfruttamento del bosco; le attività artigianali si avvalgono dell'energia idrica. lì mulino locale è descritto da un manoscritto seicentesco come "fabbrica [..iI divisa in cinque stanze, una serve per le mole, che fan farina, una per il folo da panno, due per il molinaro, et l'ultima per la stalla [...] con due stanze di sopra per il molino, fatte di muraglie, di tetti di coppi buoni".
La stessa fonte annota l'esistenza di 128 focolari, testimoniando un certo incremento edilizio nell'età rinascimentale.
Dal punto di vista urbanistico Fornovo è stata pesantemente segnata dalle distruzioni belliche e dalla disorganica e frettolosa ricostruzione del dopoguerra: il risultato è stato un affastellarsi di nuove palazzine, industrie, raffinerie, serbatoi.

Lo sviluppo edilizio è derivato da interventi speculativi per nulla tesi a riqualificare Io spazio urbano. La raffigurazione quattrocentesca di Fornovo, negli affreschi bembeschi della "Camera d'oro" di Torrechiara, permette di individuarne la più antica struttura urbana e le sue linee di sviluppo. Il paese, ripreso dal lato della piazza del mercato con di fronte il Taro e le confluenze del Ceno e dello Sporzana, si dispone lungo un unico asse principale. Sono indicati l'abside della chiesa, la torre, un edificio porticato e un pozzo. La situazione agli inizi del secolo scorso appare di poco mutata, come si vede in una planimetria ottocentesca: l'asse longitudinale, terminante rispettivamente nella piazza del mercato e in quella della pieve, costituisce ancora la struttura essenziale della città. Ancora oggi il centro è costituito dall'attuale via XX settembre e dalle due piazzette terminali, ma solo in alcune vie adiacenti si èconservata la regolarità dell'impianto medievale, con basse case dai tetti scuri. L'agglomerato urbano, abbastanza modesto fino all'Ottocento, si è esteso in seguito all'impulso economico derivato dalla sistemazione dell'importante strada nazionale della Cisa, dalla costruzione della ferrovia Parma-La Spezia.
La città, dai primi del Novecento, si è sviluppata a macchia d'olio, privilegiando comunque le zone adiacenti alla ferrovia e alla strada statale. Un ulteriore incremento edilizio è stato reso possibile dall'industria petrolifera. Il primo pozzo, scavato nel 1864 fra Respiccio e Neviano dai proprietari dei terreni, aveva una profondità di quaranta metri e dava, ogni giorno venticinque chilogrammi di grezzo, detto allora "olio di sasso" e usato principalmente per l'illuminazione. I ritrovamenti petroliferi hanno permesso, nel corso del Novecento, lo sviluppo di alcune industrie, raffinerie, depositi di carburanti. Negli ultimi anni l'industria ha tuttavia subito momenti di crisi e di regresso, con grave danno per l'occupazione. Fra le altre industrie, molte di tipo artigiano, si segnalano una fornace per laterizi e ceramiche, uno stabilimento per la confezione dei grissini e alcuni caseifici. L'agricoltura, limitata dalla presenza di terreni poco fertili, si basa sulle colture tradizionali, mentre un discreto reddito è ricavato dall'allevamento del bestiame. Se in passato parte della popolazione era costretta all'emigrazione annuale, oggi molto accentuato è il fenomeno del pendolarismo. Il Ponte sul Taro, attraverso cui si raggiunge Fornovo, è stato costruito nel 1905. Fino a questa data, dal 1294, epoca in cui fu distrutto da una piena il ponte precedente, il fiume veniva attraversato con le imbarcazioni.Non lontano dai resti del vecchio ponte è ancora individuabile la Domus, la cui prima costruzione risale al periodo longobardo. Occupata poi dai frati ospedalieri di Altopascio, e affiancata nella sua opera nel 1603 da un altro ospedale, forni assistenza ai malati fino alla metà del XVIII secolo. La chiesa è stata restaurata dal 1892 al 1901 e dal 1927 al 1942: dalle foto antecedenti i restauri si possono individuare le tracce dell'antico nartece costruito ai primi del XIII secolo, che in origine doveva essere aperto, con doppio colonnato e ricco di sculture. Sulla facciata a capanna sono conservate le lastre scolpite con i lottatori e con le pene dell'Inferno che -secondo il Quintavalle- dovevano costituire un pulpito insieme a quella con le storie di S. Margherita, riutilizzata all'interno della chiesa. L'artefice è un grande scultore che conosceva bene l'opera di Benedetto Antèlami, ma che, per certi effetti plastici, tradisce una primitiva formazione nell'ambito della scultura lombarda. Quintavalle ha ipotizzato che tale scultore, alla fine del XII secolo, fosse incaricato di ristrutturare la chiesa (oltre alle sculture, risale a questi anni la costruzione del nartece), perché l'edificio rispondesse a nuove esigenze liturgiche e programmatiche. In questo periodo si diffonde infatti l'illustrazione figurativa delle vite dei Santi (oltre all'esempio di S. Margherita a Fornovo, si possono citare, nel Parmense, S. Donnino a Fidenza e S. Moderanno a Berceto), con motivazioni essenzial mente didascaliche, legate al tema del pellegrino e del viaggio inteso sia in senso realistico che simbolico.

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